Eva Illouz, Intimità fredde. Le emozioni nella società dei consumi, Feltrinelli, 2007, pag. 176, Euro 18,00
Lo si capisce da subito: quello di Eva Illouz è un libro contro la psicologia, e in parte si concorda con lei per la cialtroneria e l’incompetenza grazie alla quale alcuni dei professionisti lavorano. Ma, d’altro canto, il testo costringe a fare un attento screening della sostanziosa fetta che risulta discutibile. E infatti, quando l’autrice afferma: “Se non vogliamo che la psicologia ci tolga il terreno da sotto i piedi…” proseguendo un pò dopo con “mi sia consentito il lieve paradosso di concludere con Freud, anzichè con Marx”, la sociologa sintetizza il groviglio di contraddizioni che animano un saggio nato come raccolta organica di alcune lezioni tenute a Francoforte presso l’omonima scuola. Illouz critica l’eccessiva “umanizzazione” dei rapporti lavorativi e la contemporanea razionalizzazione di quelli affettivi nella società attuale, accusando Sigmund Freud di aver speculato troppo sulla sofferenza, un pò per soldi e un pò nell’intento di estirpare la nevrosi. Ed eccoci arrivati al punto: Eva Illouz parafrasa quasi ad ogni passo Freud ma non ne accetta la portata rivoluzionaria nè la profondità. E questo accade semplicemente perchè la sociologa è conservatrice ed elitaria: non le va giù che ognuno abbia diritto alla salute psicofisica, all’autorealizzazione e al successo personale; condanna la pratica della presa di coscienza accusando di questo le femministe, di cui però esalta (senza rendersene conto) la deriva edonistica; parla dei caratteri repressivi della psicologia e cita Michel Foucault per giustificare la propria visione apocalittica, omettendo tuttavia che l’autore francese ha elaborato il concetto di “cura di sè” giusto per stroncarlo poco di seguito quando lui accenna a valutare in positivo la narrazione in chiave psicologica; si infiamma contro i reduci di guerra e contro chiunque abbia “imbarazzanti” sintomi post-traumatici; si scandalizza davanti alla mercificazione dell’io proposta nelle ricerche matrimoniali e sessuali su Internet, accennando solo vagamente al fatto che l’unico aspetto davvero mercificato sia il desiderio in ogni sua forma, trasformato così da pulsione sana in infinita coazione a ripetere. Indubbiamente il testo stimola la discussione e sarebbe opportuno confutarne ogni singola affermazione. Magari per approfondire, forse in un saggio, il modo superficiale e cieco con cui la sociologa tratta la materia della quale scrive. Ma in realtà Eva Illouz non lo merita.
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[...] Sara: [...]
Grazie per avermi pingato
penso che la tua critica al libro della Illouz sia ingiusta e non attenta alla sua analisi.
Lei non si schiera contro la psicologia, al contrario, ne esalta le doti di eccellente democratizzazione, ma ne criticizza l’uso a favore dello “sviluppo” della personalit capitalistica.
Proverei, se fossi in te, a rileggere meglio il libro.
Buona lettura,
marina.
Marina, recensioni e saggi non pretendono di essere “giusti”. Cercano invece di esprimere, nel modo più articolato e argomentato possibile, il punto di vista e il sentire di chi li scrive. Il testo della Illouz ne è un esempio lampante e il mio breve scritto segue lo stesso principio.
Grazie per il tuo commento.
Pamela