Irène Némirovsky, Jezabel – recensione

 Irène Némirovsky, Jezabel, Adelphi Edizioni, 2007, pag. 194, Euro 16,50  

“L’avaro non pensa ad altro che al suo oro, l’ambizioso agli onori: al pari di loro Gladys era totalmente posseduta dal desiderio di piacere e dall’ossessione dell’età. (…) Cercava di rassicurarsi: era colpa dei tempi… Quella disinvoltura brutale, quegli amplessi frettolosi, avidi, e subito dopo quella fredda rozzezza, ‘mollare una donna’, andare agli appuntamenti con una faccia annoiata e stanca, attribuire un gran valore ai propri favori, proprio come fanno le donne, e se lei domandava: ‘Mi ami?’ rispondere: ‘Oh, mia cara, come sei fin de siècle…’.” Parole scritte nel 1936 ma ancora attuali.

 

Con lo stesso implacabile sarcasmo che pervade questo incipit, è scandita ogni pagina di Jezabel, il romanzo di Irène Némirovsky che mutua il titolo da un personaggio di Racine. Ambientato nella Parigi anni ’30, racconta della bellissima e cinica Gladys Eysenach, pronta a contraffare documenti e ad uccidere freddamente pur di non rendere pubblica la sua vera età. Crimini nei quali la scrittrice fa confluire tutto l’odio covato verso la propria madre e sublimato nella scrittura, che diventa quindi una via di liberazione e l’occasione per parlare di conflitti insanabili tra madri e figlie. Gladys è rea confessa e si trova chiusa nella gabbia degli imputati durante il processo a suo carico. Nessuno dei presenti, però, è granché interessato alla ricerca di giustizia per l’omicidio di Bernard Martin, uno studente ventenne spiantato di cui si sospetta una relazione d’amore o mercenaria con l’omicida. Da ipotetica vittima di un delitto passionale, concludendo il libro si scopre che il ragazzo è il nipote ripudiato alla nascita dalla protagonista poiché, con la sua presenza, l’avrebbe fatta apparire meno giovane. La fine del dibattimento le riserva cinque anni di carcere e il pubblico, deluso dalla banalità del personaggio, subito si disperde.

 

Probabilmente ispirata nei contenuti e nella forma al romanzo di fine ottocento A rebours di Joris Karl Huysmans – che racconta la decadenza della società a lui contemporanea provocandone l’indignazione -, la scrittrice ripercorre a ritroso la storia di Gladys per confidare al lettore le motivazioni profonde del suo gesto. Con il linguaggio plateale mutuato dalle rappresentazioni teatrali che Irène Némirovsky frequenta con il suo entourage dell’alta borghesia ebrea, all’interno della narrazione l’autrice ritaglia per sé il ruolo del suggeritore che, nascosto dietro le quinte, sussurri al personaggio le parole giuste per costringerlo ad ammettere qualche verità. Nel corso del racconto, quindi, Gladys è spogliata dalle proprie bugie e, al tempo stesso, la madre che permane indenne nel ricordo della scrittrice viene demolita senza pietà. Ma la sopravvivenza di questa doppia figura femminile è assicurata dalla sua capacità di farsi scivolare via tutto dalla pelle – anche se stessa – senza patirne troppo perché “a lei non era permesso di piangere, mostrare la sua sofferenza. (…) Doveva ricordarsi che il pianto le disfaceva il trucco”, mormorando poi tra sé e sé: “Soffro (…) ma non voglio soffrire, non lo so fare…”.

 

Nel periodo in cui le suffragette sono in agitazione per ottenere il suffragio universale e il riconoscimento della ricchezza interiore della donna, Gladys invece, ancora ragazzina, scopre da un uomo adulto – con cui gioca in modo lolitesco e psicologicamente incestuoso – che può usare la bellezza e la sensualità come arieti per raggirare e sottomettere l’universo maschile: “Che cosa c’era di più bello al mondo di quel nascente potere femminile…? Era proprio quello che stava aspettando, che presagiva da tanti giorni… (…) ‘L’amore?’ pensò. ‘Oh, no, il piacere di essere amata… quasi sacrilego…’ (…) ‘Una bambina, si, ma già civetta, smaliziata e pericolosa’. Refrattaria all’amore, si dedica con perseveranza alla frivolezza e a flirtare con qualsiasi uomo le capiti a tiro – anche se, quando uccide Bernard, ha un compagno fisso che vorrebbe sposarla. Trae divertimento e fa dipendere l’intera esistenza da spiccate doti seduttive mentre nasconde in modo spregiudicato la sua vera identità sia interiore che anagrafica. Malgrado la mancanza di scrupoli, però, Gladys non è vuota come si dedurrebbe dalla maschera che indossa. Nel suo passato c’è una madre morfinomane che le ha dato solitudine e umiliazione. Quelle condizioni che, con altre modalità, cerca anche nel presente per fuggire da se stessa.

 

Al contrario di quel che sembrerebbe, infatti, su alcune questioni importanti Gladys Eysenach dimostra di possedere una certa consapevolezza, che però non è sufficiente a dissuaderla dal ruolo che recita con maestria compiacente e da cui ricava godimento e vantaggi. Come passo iniziale, la protagonista riflette sul comportamento degli uomini che, al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale, secondo lei non sono più gli stessi. Traumatizzati dal primo conflitto totale gestito con armi molto potenti, dopo aver assistito sul campo di battaglia a scene di atrocità inaudita, tornano a casa disillusi dalla vita, percependo, ora come non mai, quanto sia precaria e vacua l’esistenza umana. Smettono così di investire su relazioni che reputano destinate all’estinzione, chiedendosi inconsciamente quale motivo dovrebbe spingerli a costruire un legame – o addirittura a fondare una famiglia e far nascere dei bambini -, quando a ognuno spetta un futuro già segnato dall’evenienza di un prossimo conflitto. Inoltre, durante la guerra, le donne si mettono alla prova provvedendo a loro stesse e svolgono tutti i lavori considerati di competenza maschile, svincolandosi sempre più dall’immagine angelicata e idealizzata che hanno incarnato fino a poco prima, spiazzando profondamente l’uomo. In questo senso Gladys rimane sul serio fin de siècle mentre pensa ancora di poter attecchire sugli uomini solo attraverso la bellezza e il corpo, scoprendo con dolore che ora quei soli aspetti non assicurano più interesse. La protagonista però mostra di voler riguadagnare terreno e contrastare il nichilismo maschile a modo suo, calandosi in un personaggio provocante attraverso cui amplifica il proprio potere carnale e, sopratutto, per risvegliare nell’uomo istinti vitali primordiali e incontrollabili, di entità simile alle forti emozioni scatenate dalla necessità di fronteggiare la morte e di sopravvivere in guerra. In tal senso, Némirovsky descrive con una modalità caricaturale e preveggente una tendenza che non si limita ai suoi contemporanei ma arriva fino ai giorni nostri.

 

Il secondo aspetto sul quale Gladys si sofferma a riflettere, è il suo rapporto con la figlia Marie-Thérèse, che sa di amare in una maniera incostante e trascurata mentre le impone di farle da madre, sperando anche di sedurne il fidanzato Olivier quando lui chiede la mano della ragazza – rifiutata con il timore giustificato di sembrargli una vecchia. Da parte sua Marie-Thérèse, per avere quasi vent’anni, è fin troppo saggia, idealista e severa, forse per reazione ai salotti buoni frequentati dalla madre in cui viene mostrata ai conoscenti come una bella bambola. “Mia povera mammina, non conosci la vita tu…” sospira rassegnata rivolgendosi alla protagonista. E poi, respingendo l’edonismo conformista perseguito da Gladys, la figlia disobbedisce giudicando assurda l’opposizione al matrimonio: insieme a Olivier si concede “quella sensazione indimenticabile di correre a occhi spalancati verso un precipizio…”, rimane incinta e procede nella gravidanza incurante dei divieti materni. Malgrado questo, Marie-Thérèse finisce prostrata dalla scelta di partorire contro il volere di Gladys e dalla scomparsa di Olivier che nel frattempo è morto al fronte, e così a sua volta si spegne come un’eroina tragica e romantica mentre dà alla luce Bernard. La neononna, dopo un breve periodo di dolore per la morte della figlia, la dimentica presto e, all’apice della sua interpretazione grottesca, decide di disfarsi del piccolo per evitare scandali circa la sua età.

 

Allevato da un ex-maggiordomo e al corrente della vera storia della propria famiglia, Bernard ricompare nella vita di Gladys cercando una somma per pagare le cure della sua ragazza gravemente malata. Dotato di un’intelligenza fuori dal comune, impersona la voce della coscienza della protagonista che, malgrado le dissimulazioni, riemerge con prepotenza sbattendogli in faccia alcune nude verità: “Credete di aver vinto la vecchiaia ma ce l’avete dentro. Potete sfoggiare un corpo ancora flessuoso (…) ma la vostra anima è vecchia. Peggio: è guasta. Ha l’odore della morte.” Furiosa per quella che ritiene un’imperdonabile sfacciataggine e, spaventata dalla prospettiva che lui possa rivelare a qualcuno la sua vera età, si vergogna inoltre dell’aspetto fisico del ragazzo il quale, diversamente da lei, ai suoi occhi è un bruttino insignificante che, essendole nipote, ne insulta la bellezza. In una scena davvero tragicomica lui la prende in giro chiamandola più volte nonna e allora lei, immune da qualsiasi moto di tenerezza o autoironia, arriva al massimo dell’esasperazione, mette mano a una pistola e lo uccide: finalmente sollevata, ha messo a tacere un’ultima parte di se stessa che reclamava attenzione.

 

Mostrando la protagonista del romanzo come esempio negativo da non imitare, sembra che Irène Némirovsky demonizzi l’insorgere di figure di donna che, come effetto collaterale dell’emancipazione, snaturano se stesse mentre assumono modi maschili e puntano all’apparenza, rifiutando i caratteri femminili che sarebbero in grado di rendere più vivibile la società invece di contribuire alla sua decadenza. Olivier, Marie-Thérèse e Bernard sono giovani e idealisti. Avrebbero potuto rappresentare una famiglia non convenzionale e dettata dall’amore, ma scompaiono tragicamente. L’autrice potrebbe suggerire anche che gli ideali da loro incarnati hanno le ore contate, e lo afferma con il presentimento degli sviluppi della storia novecentesca che porta pure lei a morire ad Auschwitz nel 1942. A causa di un senso di giustizia inesistente e traviato, come quello che protegge Gladys – piuttosto che punirla – affinché lei possa continuare a proclamare fieramente: “Odiosa, si, criminale magari, ma non ridicola!…Un mostro, un essere orripilante, ma non questo, non la nonna, la vecchia, la befana innamorata!”

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1 Comment

  1. lesitaliens said,

    November 23, 2009 at 5:24 pm

    Una delle mie autrici preferite da quando ho letto Le bal.


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