Aprendo una pagina a caso da…

Momenti di essere. Scritti autobiografici, Virginia Woolf,  La Tartaruga Edizioni, pag. 184

Molto presto dopo la morte di Stella capimmo che dovevamo conquistarci qualche piccolo spazio su cui poggiare i piedi in quell’incomprensibile, frustrante gorgo. Ogni giorno si battagliava per conquistare cose che sempre ci venivano strappate, o contraffatte. L’ostacolo più incombente, la pietra più opprimente posata sopra la nostra vitalità nella lotta per la sopravvivenza era naturalmente il babbo. Credo che non passasse giorno senza che facessimo i nostri piani strategici: sarebbe stato fuori il babbo all’arrivo di Kitty Maxse o Katie Thynne? Dovevo proprio passare il pomeriggio a vagare per i Kensington Gardens? Il vecchio signor Bryce era invitato per il tè? Come riuscire a far salire le amiche direttamente nello studio – cioè la stanza dei giochi? Non si poteva evitare Brighton per Pasqua? E così via – giorno dopo giorno cercavamo di sottrarci al peso di quel tremendo ostacolo. E su tutta la settimana incombeva l’orrore, il terrore ricorrente del mercoledì. Era il giorno in cui si mostravano al babbo i conti della settimana. Già dal mattino sapevamo se si era superato o meno il segnale di guardia – undici sterline se ben ricordo. I mercoledì neri l’ora del pranzo passava nell’anticipazione della tortura. I libri dei conti gli venivano sottoposti subito dopo il pranzo. Lui inforcava gli occhiali. Poi leggeva le cifre. Il suo pugno si abbatteva sul libro mastro. Gli si gonfiavano le vene; il volto s’infiammava. Si udiva un ruggito inarticolato. Poi il grido…”Sono rovinato.” Poi si batteva il petto. Poi dava inizio a una magistrale drammatizzazione di autocommiserazione, orrore, collera. Vanessa stava ritta al suo fianco in silenzio. Lui la assaliva con rimproveri, insulti. “Non provi un pò di pietà per me? Te ne stai lì come un pezzo di pietra…” e così via. Lei rimaneva immobile nel più assoluto silenzio. Lui le gettava in faccia tutte le frasi fatte che le circostanze gli suggerivano, sullo scherzare col fuoco, sulla propria miseria e gli sprechi di lei. Lei rimaneva immobile. Allora lui cambiava tattica. (…) Io non riuscivo a articolare parola. Mai ho provato tanta rabbia e frustrazione. Perchè non una parola di quello che provavo – un disprezzo senza limiti per lui e compassione per lei – poteva essere espressa.

(Drupal 30.10.2007)

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