Lettere a un giovane poeta – Rilke (recensione)

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Oscar Mondadori, 1997, pag. 93, Euro 6,20

Nel 1902 Franz Xaver Kappus, un giovane combattuto tra l’aspirazione poetica e la prospettiva di una carriera militare, scrive a Rainer Maria Rilke chiedendo un giudizio sul proprio modo di poetare. A quel tempo Rilke è un altrettanto giovane ma già affermato poeta che risponde alla lettera offrendo all’altro, più che un mentore, l’interlocutore di cui ha bisogno. Benchè nel libro si leggano solo le lettere rilkiane, è chiaramente intuibile che il poeta non si sarebbe aperto in una determinata direzione senza ricevere le vive sollecitazioni di Kappus e, infatti, quello che emerge nel corso del loro scambio epistolare, è un dialogo che ha luogo grazie alla compresenza delle due parti. Durante la corrispondenza, quindi, il poeta delle Elegie duinesi non si pone mai nè come guida nè come figura paterna (dispensando però qualche consiglio tratto dalla propria condizione esistenziale). Al contrario, accoglie il giovane poeta facendosi permeare dalle poesie che lui gli invia e, da lì in poi, instaura una conversazione da uomo a uomo – l’unico comportamento che l’autore praghese reputasse maturo e umano, anche nel caso di persone di sesso diverso -, e rifuggendo così il clichè maestro-discepolo. Ciò che leggiamo, di conseguenza, è il racconto di come Rilke giungesse alla poesia, narrato da chi sia ancora coinvolto nell’opera e ne porti il peso e la gioia. L’invito del noto poeta rivolto a Franz Xaver Kappus, è quello di diventare maestro di se stesso ponendosi nella condizione di ascolto, capace di leggere i propri versi come se fossero stati scritti da un altro, trasformandosi in un ricercatore interessato alla vita mentre la distilla nelle parole, senza però pretendere di afferrarla, oggettivarla e risolverla in maniera logica e incontrovertibile. Lo stimolo principale consiste nell’ascoltare ciò che è vivo dentro di sè, disinteressandosi dello sguardo e del giudizio esterno di chi non capisce i motivi e lo sforzo della lenta gestazione poetica, perchè brama il risultato a discapito del processo. “L’opera della vista è compiuta,/ compi ora un’opera del cuore/ sulle immagini in te, prigioniere…Guarda, intimo uomo, l’intima tua fanciulla”, si legge in Svolta, poesia scritta da Rilke nel 1914. In questo senso il suo discorso non si esaurisce nei confini della poesia ma può essere esteso a tutti i percorsi di ricerca che si svincolano dalle immediate urgenze della realtà e fondano la propria ragion d’essere nei moti dell’animo di chi intraprende quel cammino. Il poeta, nella filosofia rilkiana, non è un creatore che forgia un mondo ex novo partendo da una tabula rasa ma, invece, è un ‘ascoltatore’ di realtà impalpabili e inafferrabili per chi sia soggiogato dalle impellenze della quotidianità. “Sempre l’augurio che lei possa trovare in sè pazienza sufficiente a sopportare, e una ingenuità sufficiente a credere; e che lei possa acquistare sempre più fiducia in quello che è difficile, e nella sua solitudine tra gli altri. E per il resto, lasci fare la vita. Mi creda: la vita ha ragione, in ogni caso.” Queste, alcune tra le parole dirette a Franz Xaver Kappus, poco prima che il più giovane dei due, in modo definitivo, si facesse catturare dalla vita militare.

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