Frida Kahlo, Lettere appassionate – recensione

 

Frida Kahlo, Lettere appassionate, Abscondita, 2002, pag. 175, Euro 16,00

“I miei quadri sono ben dipinti, con pazienza, non con negligenza. La mia pittura porta in sé il messaggio del dolore. Ritengo che almeno a qualcuno possa interessare. Non è rivoluzionaria. Perché mai dovrei continuare a illudermi che sia militante? Non ci riesco. Dipingere ha arricchito la mia vita. Ho perso tre figli e altre cose che avrebbero potuto colmare la mia vita orribile. La pittura ha preso il posto di tutto questo.” Ecco un brano tratto dall’autobiografia di Frida Kahlo risalente al 1953, l’anno che precede la morte della pittrice. Qui il dolore rivendica una centralità in modo lucido e disincantato, ed è appropriatamente aggiunto alla fine di quelle che sono Lettere appassionate ma in buona parte anche edulcorate. Sotto l’immediato strato di grande esuberanza, infatti, gli eventi da mitigare sono molteplici: i danni permanenti alla gamba destra causati dalla poliomielite infantile; l’incidente in autobus a diciotto anni con conseguenze perenni su colonna vertebrale, gamba sinistra e pelvi; l’impossibilità di portare a termine le gravidanze per la compromissione degli organi interni; i rapporti sessuali impediti certe volte dai dolori pelvici; i venti interventi chirurgici a cui è sottoposta nel corso della vita; la relazione conflittuale – e a momenti drammatica – con il pittore Diego Rivera, sposato nel 1929 e al quale rimane legata fino alla morte. Il libro edito da Abscondita, tuttavia, presenta una Frida parecchio diversa dall’immagine di sfinge ieratica che viene tramandata dai suoi autoritratti e dalle fotografie. Al contrario, agli amici destinatari delle lettere, Frida Kahlo riserva un’effervescenza anche maliziosa, come a voler esorcizzare il dolore e i suoi effetti irreparabili, cercando di non prendersi troppo sul serio e di proteggere gli interlocutori dai momenti in cui ricorda che “la morte di notte danzava intorno al mio letto”. Scrivendo, gioca molto con le parole ma, sopratutto, adotta come toni principali l’entusiasmo e i modi infantili di chi, con caparbietà e per un amore integro verso la vita, combatte contro il furto prematuro della propria giovinezza: “Io so già tutto, senza leggere o scrivere. (…) Se tu sapessi com’è terribile raggiungere tutta la conoscenza all’improvviso. (…) Ora vivo in un pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio. E’ come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi. (…) Io sono diventata vecchia in pochi istanti e ora tutto è insipido e piatto,” scrive al primo fidanzato Alejandro Gómez Arias nel 1926, un anno dopo l’incidente. Più di una volta, tra le lettere e gli scritti (poesie, frammenti, saggi) presenti nel libro, Frida si rammarica di non padroneggiare appieno le parole, grazie alle quali vorrebbe manifestare quel che sente e sperimenta durante i propri viaggi all’interno di se stessa. Forse perché questa elaborazione è invece canalizzata nell’attività pittorica, che le risulta piuttosto facile e naturale in quanto dono artistico privilegiato. Al pari della poetessa Emily Dickinson, che non ha bisogno di conoscere il mondo per parlare delle questioni fondamentali della vita, Frida Kahlo si cala nel fondo della propria interiorità per esplorarne le zone sulfuree e infere. Oltrepassando i limiti dello specchio, che le rimanda la sua immagine colta negli autoritratti, riesce a estrarre contenuti dotati di valore universale e a ricomporre i frammenti del proprio narcisismo ferito dagli eventi dolorosi. In effetti, in un passo delle lettere, Frida afferma che la realtà da lei rappresentata non è surreale come si potrebbe credere, ma è quel che trova dentro se stessa e si sforza di oggettivare tramite la pittura, nella difficile arte di capire cosa le stia passando nella mente: “i miei soggetti sono sempre stati le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le reazioni profonde che a mano a mano la vita suscitava in me”. Contrariamente all’ateismo di Diego Rivera, inoltre, la pittrice permea la propria opera di una spiritualità india (la terra e la tentacolare vegetazione messicana a cornice dei suoi soggetti), cristiana (il suo corpo trafitto da frecce e chiodi come San Sebastiano) e orientale (il proprio terzo occhio e quello di Diego). Se all’inizio Frida ritrae persone a lei vicine e care – in pose composte e con segni precisi e scarni -, nel corso della sua ricerca adotta uno stile sempre più espressivo e simbolico con tratti naïf, a volte quasi infantili e semplificati. Durante tale processo di gestazione e creazione, Diego Rivera le riconosce un talento, dandole condizioni materiali di tranquillità esistenziale, un barlume di aggancio alla realtà grazie al quale lei possa procedere e occasioni di confronto per farla crescere artisticamente. Nelle lettere non c’è ombra di critica o pressione da parte del marito a intraprendere una strada più militante, commercialmente vendibile o simile alla propria. E in questo Diego esprime al massimo il suo amore nei confronti di Frida. La lascia del tutto libera di sperimentare con calma e di edificare la sua personalità, le sta vicino (anche se a modo proprio) mentre lei impara a riversare sulla tela l’intensità esplosiva che emerge scandagliando i fondali di se stessa. La sopravvivenza psicologica della pittrice, però, è assicurata dall’impegno lavorativo, in quanto l’appoggio che ottiene da Diego si rivela spesso fallace, essendo più una costruzione della mente di lei che una concreta realtà: Frida paga un prezzo altissimo per la condizione di relativa libertà che riesce a vivere anche se, progressivamente, cerca di scrollarsi un po’ di dosso il tacito pegno. Amare Diego non è un’impresa facile: prima di Frida Kahlo altre due mogli e innumerevoli amanti hanno tentato invano di farlo. E’ un lavoro duro che nessuno sa svolgere perché catalizza ogni energia vitale, ma a cui Frida tuttavia si immola: “sino a ora ho passato la vita amando Diego e facendo la pigra riguardo al lavoro, mentre adesso continuo ad amare Diego e in più mi sono messa seriamente a dipingere scimmiette.” Ora è il 1938 e lei ha trentun anni e, anche se ironizza sulla propria arte, il poeta André Breton la definisce “un nastro attorno a una bomba”. Grazie a un suo amante, il fotografo Nickolas Muray, organizza la prima esposizione della sua opera in una galleria di New York, dopo la quale la sua carriera decolla in modo definitivo: mostre internazionali, dipinti acquisiti da importanti musei e da collezionisti privati, occasioni di insegnamento, lavori su commissione, fama e riconoscimenti dal mondo dell’arte – da cui però si vuole tenere lontana. E tutto in una direzione diversa da quella intrapresa da Diego, che è di natura socio-politica nella forma espressiva del murales. Prima di essere un pittore, difatti, lui è un rivoluzionario di professione: abbraccia l’ideologia e sposa la causa politica come motivo che dona senso all’esistenza. Mentre il mondo conosce i totalitarismi, Rivera li combatte con il pennello e sul loro stesso terreno, rendendo l’arte un mezzo per comunicare con le masse, strappandola dai luoghi privilegiati della cultura ufficiale, per portarla negli spazi pubblici facilmente fruibili dalla popolazione. Come una sorta di artista rinascimentale redivivo, Diego trasforma l’ambiente aperto del murales nella bottega artigianale, in cui l’opera non si realizza in modo individuale ma di concerto, con collaboratori che gestiscono più cantieri sotto la guida del maestro. Rivera è ateo perché sente dentro di sé “la scintilla divina” (desacralizzata) che lo infiamma e lo assicura di poter forgiare il proprio destino, senza bisogno della trascendenza, ma quasi in una sorta di competizione autolesionistica con il Dio crudele che genera e permette il Male. In un’incessante tensione verso il superamento di se stesso, è la sintesi geniale delle competenze più disparate: pittore, muratore, architetto, pedagogo e comunicatore, istruisce le masse tramite l’esemplarità e la magniloquenza delle scene ritratte. Diversamente dall’accoglienza riservatagli in America, Diego Rivera in Messico lavora in un’atmosfera di costante ostracismo che lo espone e lo stressa, conducendolo a frequenti scariche di violenza su chi gli sta attorno, anche perché porta più rispetto alla rivoluzione e all’arte che agli esseri umani. Nonostante ciò, Frida è vicino a lui fino alla fine, sapendo quanto gli sia necessario un alleato che lo sostenga. Diego, a sua volta, per evitare di diventare umano – e quindi vulnerabile e fallibile -, tiene tutto sotto controllo, non si apre mai e non può permettersi il lusso di instaurare rapporti profondi: “E’ molto affettuoso, ma non si abbandona mai (…) ha pochissimo tempo da dedicare alle relazioni personali. (…) Perfettamente equilibrato in tutte le sue emozioni, sensazioni e atti, (…) non si lascia mai andare.” Con una specie di vocazione al martirio, quindi, la pittrice conosce il marito raccogliendo tracce e captando dettagli tramite la sua sensibilità e grazie a doti degne di un’investigatrice. Questa mancanza di abbandono è il doloroso motivo dei tradimenti seriali di Diego. Vivendo sempre in una dimensione attiva e razionale (e quindi “maschile”), ha spesso necessità di fare un breve bagno rigenerante tuffandosi in un’anima femminile nel momento di maggiore freschezza, prima che subentri la “degenerazione” della conoscenza e della quotidianità, cercando pertanto qualcosa che attiene più alla metafisica che all’erotismo. Da parte sua Frida, malgrado una forte propensione per la monogamia, intreccia relazioni parallele con persone di entrambi i sessi. Forse per tamponare l’emorragia emotiva di cui è vittima e, al contempo, per compensare la gioia e il piacere che la distanza psicologica di Diego sottrae alla relazione. Impegnata per tutta la vita a compiacerlo, o ad esercitare su di lui l’assoluto potere di strigliarlo come un bambino indisciplinato, non lo mette mai crudamente davanti al proprio dolore né a se stesso, negandogli l’occasione di crescere in una direzione fertile per entrambi. Pochi mesi prima di morire, la gamba destra appena amputata e meditando il suicidio per interrompere le recenti sofferenze, Frida scrive interrogandosi: “mi sono messa in testa che potrei mancargli.” 

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6 Comments

  1. Elke Lange said,

    April 17, 2011 at 6:06 am

    just found this very interesting blog, like it very much!

  2. librini said,

    February 2, 2012 at 4:04 pm

    Dal mio punto di vista, intratteneva un rapporto assurdo col Rivera. Ho letto una sua biografia e ho visto il libro: ma chi glielo faceva fare? Brutto come la fame, la cornificava ad ogni vicolo… Mah… le donne non le capirò mai ;-p

    • pamelablog said,

      February 4, 2012 at 7:25 pm

      Ciao Serena,
      secondo me la bellezza fisica è un aspetto relativo, e immagino questo sia valido sopratutto per gli uomini dato che ve ne sono di brutti accoppiati a donne bellissime.
      Credo che il problema di Diego Rivera, al di là della capacità di sedurre facendo leva sul carisma e il fascino in quanto artista e rivoluzionario, fosse una radicale bruttezza di alcune parti del suo carattere privato, quasi delle tare costitutive che gli hanno impedito di dare a Frida Kahlo la serenità di cui in generale una donna è alla ricerca instaurando una relazione affettiva, e, in particolar modo per lei, proprio a causa della vita orrenda che le è capitato di avere. E questo non per pietismo o compassione ma solo per una forma di rispetto verso il dolore altrui, considerando che quell’ “altro” non è uno chiunque, ma la persona che si pretenderebbe di voler amare. Penso inoltre che fossero ben accoppiati per l’inclinazione di lei verso la sofferenza (masochismo) e quella di lui nel provocarne (sadismo). D’altronde, per rimanere insieme così tanti anni, devono pur aver avuto qualche ingrediente segreto…!
      Per quanto riguarda le donne, a chi non è mai capitato di incorrere nella perversione di amare o cercare di avvicinarsi a uno o più individui affettivamente inconsistenti, inavvicinabili, respingenti? Chi non l’ha mai provato scagli davvero la prima pietra…!
      Ciao e grazie per il tuo commento.
      Pamela

  3. February 27, 2012 at 10:47 am

    Due vite straordinarie che si intersecano e non si dividono più,soprattutto psicologicamente parlando:ambedue monche di affetto spontaneo nelle esperienze precedenti il loro incontro,si sostengono senza palesarlo,riconoscono una interdipendenza di fatto così come sperano,forse,in un amore totalizzante che li restituisca alla vita immuni dalle atroci perdite e soferenze passate.Adele.

    • pamelablog said,

      March 11, 2012 at 8:15 pm

      Ciao Adele,
      ultimamente sono un pò indaffarata e così ti rispondo solo ora…:)
      E’ probabile che la tua ricostruzione sia corretta ma tutti noi che ne parliamo, a posteriori e non avendo conosciuto nessuno dei due pittori, non possiamo far altro che elaborare congetture partendo dalle nostre impressioni personali.
      Per quanto mi riguarda, leggendo il libro che ho recensito qui nel blog, ho trovato delle considerazioni di Frida Kahlo che descrivono Diego Rivera in modo poco lusinghiero e a quelle mi sono affidata per tracciare una ricostruzione o esprimere dei giudizi, ma ovviamente si tratta di argomenti soggettivi!
      Ciao,
      Pamela


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