Karen Blixen, Ultimi racconti – recensione/saggio

Karen Blixen, Ultimi racconti, Adelphi, 1998, pag. 377, Euro 8,26

Per conquistare ciò che vale la pena di possedere può essere necessario perdere ogni altra cosa. 

Bernadette Devlin 

“Ho amato la Parola per tutta la vita. (…) Nel momento in cui il mio Padre Onnipotente mi ha creato con la Sua parola, pretese e si aspettò da me che un giorno io ritornassi a Lui e Gli riportassi la Sua parola sotto forma di discorso. (…) Dal Suo Logos divino – la forza creatrice, il principio – io trarrò il mio mito umano – la sostanza duratura, il ricordo.” Così, in una sorta di testamento spiritual-artistico e, celata dietro una delle molteplici maschere pescate nel repertorio della sua immaginazione, Karen Blixen lascia emergere le origini della propria vocazione di scrittrice nella raccolta dei dodici Ultimi racconti, legati ai temi di scritti precedenti e spesso culminanti in colpi di scena impensabili, uniti fra loro in una lunga catena grazie ad anelli costituiti da personaggi-cardine che, con il procedere dell’intreccio, si ripropongono quali comparse impegnate in ruoli minori o cresciuti nella loro veste più matura. 

Forse presentendo l’approssimarsi della morte che la coglie cinque anni dopo la pubblicazione del volume, per l’autrice danese diventa urgente la necessità di trasmettere un pensiero chiaro circa la narrazione e la sua capacità di svelare l’intima realtà di una persona. Come se volesse tirare le somme della propria esistenza, con una scrittura semplice, pazientemente lavorata alla stregua di un’opera plastica, Blixen decide di spiegare il motivo che anima il suo scrivere, inframezzando i precetti con l’evolversi delle vicende. “Le storie si raccontano da quando esiste la parola, e priva di storie la razza umana sarebbe perita, come sarebbe perita priva d’acqua.” Le parole, quindi, raggrumate in discorsi e articolate in storie, creano mondi nei quali rievocare emozioni e avvenimenti realmente vissuti o solo immaginati, riportando alla luce esperienze altrimenti destinate a scomparire nell’oblio, irrorando così di conoscenza e fantasia chi legge o ascolta.

“Al Signore piace scherzare, e (…) il da capo è uno dei suoi scherzi preferiti. (…) Quel celestiale da capo che si chiama anche resurrezione” dice Pellegrina Leoni, la diva la cui voce smarrita rivive in quella del bambino che sta istruendo. Probabilmente memore delle narrazioni orali impregnate di animismo con cui viene a contatto durante la permanenza in Africa, Karen Blixen riconosce ai racconti un’ascendenza divina: per il misticismo insito nell’ispirazione creativa, per la vita ascetica richiesta a chi voglia narrare e, più che altro, per l’opportunità di un ennesimo inizio esistenziale annidato tra le righe di ogni nuova storia. “Signore”, “Lui”, “Dio” tornano come costanti nel susseguirsi delle pagine, ma la religiosità forte e sentita della scrittrice contempla un’etica che contravviene alle norme delle religioni occidentali, proponendo a ritmo cadenzato numerosi sermoni riletti in chiave terrena e umanizzando un Dio con il quale il singolo può arrogarsi delle libertà non permesse nel rapporto con gli altri uomini. 

Per l’autrice, dunque, scrivere equivale a stare agli scherzi di Dio, “giocando” con disciplinata serietà e confrontandosi lealmente con l’imprevista variabilità divina, nello sforzo costante di trarne significati umani grazie alla saggezza insita nella storia stessa: “Dove il narratore è fedele, eternamente, inflessibilmente fedele alla sua storia, là, alla fine, parlerà il silenzio. Dove la storia è stata tradita, il silenzio non è che vuoto. Ma noi, i fedeli, subito dopo aver pronunciato l’ultima parola, udremo la voce del silenzio.” La fedeltà alla storia, pertanto, non è il racconto letterale e conforme agli accadimenti così come sono accaduti veramente (secondo una supposta pretesa di oggettività) ma, al contrario, è la capacità di seguire l’evolversi dell’intreccio nei suoi imprevedibili risvolti, sconosciuti anche a chi li sta scrivendo e rivelati solo alla conclusione dell’opera. Nella visione di Karen Blixen, una volta riempita la pagina bianca – cui l’autore consacra tempo prezioso della vita, come ad una tabula rasa dalla quale lasciar scaturire il mistero del raccontare -, la storia impone la propria logica, che può apparire perentoria e suscettibile di discussioni sia ai personaggi che allo scrittore; i quali, in certi frangenti, preferirebbero di gran lunga un diverso dispiegamento degli eventi. 

La narrazione, quindi, malgrado le intenzioni dichiarate dell’autore, procede spedita verso una propria direzione, incurante delle direttive esterne, fedele alla traiettoria che sente di dover percorrere e indifferente alle eventuali proteste di chi la scrive e di chi la vive come incarnazione delle vicende: “Perché in tutto il nostro universo la storia soltanto ha l’autorità di rispondere a quel grido del cuore dei suoi personaggi, quell’unico grido del cuore di ciascuno di loro: ‘Chi sono, io?’”. La risposta al quesito sull’identità, avverte la scrittrice danese, arriva in dono solo a chi sia tanto bravo da non forzare il racconto a proprio piacimento ma vi si sottometta, come farebbe un abile amanuense svolgendo il compito di scrivano di manoscritti altrui. In questo senso, nel pensiero dell’autrice, chi scrive è una sorta di mano sottoposta e mossa dall’afflato divino, dono misterioso poi accettato consapevolmente con la scoperta e l’applicazione concreta della propria vocazione. Anche il lettore e l’ascoltatore, però, devono fare il possibile per non stravolgere le volontà del racconto, rispettando il quale chiunque può ricevere in regalo segnali e indicazioni in merito all’individuale umanità di ciascuno, in quanto appartenente ad un disegno umano più ampio. 

“Una storia (…) ha un’eroina – una giovane donna che per il semplice fatto di essere tale diventa il premio dell’eroe, e la ricompensa di ogni sua impresa e vicissitudine. Ma non appena non ci saranno più storie, le giovani donne non saranno più premio e ricompensa di nessuno e di nulla. Anzi, dubito che allora potranno ancora esistere delle giovani donne. Perché concentrandosi sugli individui, si sarà perduta la visione d’insieme.” Dal punto di vista di Karen Blixen, infatti, i racconti giocano un ruolo essenziale nell’impartire insegnamenti di ampio respiro relativi ai legami affettivi: la donna sarebbe un essere che brama per nascere grazie allo sguardo offerto dall’uomo amato che, tramite la propria anima ardente d’amore, le rimanda un’immagine rassicurante circa il suo diritto di esistere e la bellezza della sua persona. 

Come giustamente fa notare l’autrice, sempre meno persone hanno interesse e rispetto per il valore della letteratura, così come sempre meno uomini ne hanno verso le giovani donne che dicono di amare, le quali sono ormai da alcuni considerate tutt’altro che un premio. E che quindi, avendo perso in attrattiva e appetibilità, sono invitate (in maniera più o meno subliminale) a stravolgere quanto più possibile i caratteri di appartenenza al proprio genere. Per tradire, perciò, la fedeltà a una storia di vita femminile. Quel che, per Karen Blixen, merita la più feroce condanna: “Strapparsi via dal passato, (…) annientarlo, è la più vile di tutte le trasgressioni. (…) È un’ingratitudine, e una fuga dal proprio debito. È un suicidio: se lo fai, ti annienti.”  

In tal senso, la serie di racconti della scrittrice danese può essere anche interpretata come una specie di “breviario” rivolto ad entrambi i sessi al fine di diventare un “buon viaggiatore sentimentale”, ossia colui il quale non teme di oltrepassare una soglia oscura situata sopratutto dentro se stesso. All’uomo consiglia, quando non voglia veder naufragare troppo presto le sue relazioni d’amore, di non dimenticare di attribuire il giusto valore ad una donna, dimostrandole concretamente che per lui rappresenta una priorità esistenziale. La cui essenza, per Blixen, è un segreto da proteggere che non va né temuto né tanto meno saccheggiato – tendenze maschili, invece, sempre più diffuse. Per spiegare il concetto con un esempio tangibile, l’autrice si avvale di un racconto bellissimo nel quale un marito, durante la prima notte di nozze, devolve ogni possedimento alla moglie e, una volta spogliatala completamente di ciascun vestito e ornamento, le dice di poter rinunciare a tutto tranne che al suo bene più prezioso, cioè a lei, l’essere amato che si riflette nella specchiera davanti a loro.

Tuttavia i racconti si rivolgono anche alla donna. Alcune delle eroine che nascono dalla penna della scrittrice, in effetti, smaniano per dare in maniera altruistica e oblativa, per appagare veementemente una presumibile indole magnanima e disinteressata, ma stentano a ricevere sia amore che regali gratuiti, in serbo per loro dagli incontri del destino: “Nella vita ci sono molte cose che un essere umano (…) può raggiungere con i propri sforzi. Ma esiste un’umanità genuina che resterà sempre un dono, e che un essere umano deve accettare da un altro essere umano così come gliela offre. Colui che dona ha a sua volta ricevuto.” Nell’ossessione verso il dare (e nella fobia a ricevere), Karen Blixen scorge una sottile volontà di manipolazione del generoso donatore che, proteggendosi dall’eventualità di dover prendere qualcosa di inaspettato dalla persona a cui sta dando, chiude egoisticamente la propria anima all’altro, non permettendogli dunque di accedere alla sua realtà più autentica. 

C’è da chiedersi però se, alcune delle donne di cui Blixen racconta, dimostrino refrattarietà a ricevere doni non richiesti a causa del sentore di un incombente quanto ricattatorio do ut des. Come nel caso dell’affascinante e già citata Pellegrina Leoni, che approda a Roma dopo essere fuggita da un amante “la cui grande passione per lei minacciava di rinchiuderla in un’esistenza ben definita e permanente, e di tenervela prigioniera per sempre.” Tuttavia, la fuga provoca un effetto collaterale catastrofico: recidendo il legame con il suo passato e rinnegandolo per intero – come fosse un blocco unico – Pellegrina perde anche l’identità radicata nella propria voce. Preservando la quale avrebbe potuto semplicemente scegliere di vivere altrove, mantenendo magari la precedente condizione di diva. Ma questa, davvero, sarebbe stata tutt’altra storia.

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