Enrique Serna, L’orgasmografo – saggio/ recensione

Enrique Serna, L’orgasmografo, Voland, 2008, pag. 201, Euro 14,00

Il concetto femminile della felicità subisce la stessa sorte di tutti i concetti femminili: non interessa agli uomini.     Henry de Montherlant              

L’erotismo dell’uomo è la sessualità della donna.    Karl Kraus     

Potendo classificare i libri in base alla loro capacità di segnare il lettore, si potrebbe dire che ve ne siano alcuni che passano via velocemente, semplici come acqua rinfrescante in ore ricreative; e altri, invece, più complessi e nutrienti, capaci di farsi ricordare come succo rigenerante o vino inebriante. Seguendo questo ragionamento, si può equiparare L’orgasmografo di Enrique Serna ad un succo multivitaminico con un fondo alcolico. Un cocktail di provocazioni crudeli e corrosive che intendono spingere la mente di chi legge fin dentro la lotta tra il polo della catarsi e dell’abiezione – che qui sostituiscono i più comuni e inflazionati “bene” e “male”- affinché ciascuno volga lo sguardo verso le proprie invisibili prigionie camuffate da apparenti libertà e trovi la forza volitiva per una trasformazione esistenziale radicale, qualora sia vittima di un momento di disfattismo. E così, grazie allo spirito di critica sociale che anima l’autore messicano, i sette racconti possono essere considerati una versione narrativa di Le prigioni che abbiamo dentro. Cinque lezioni sulla libertà di Doris Lessing, destinati qui a stimolare una riflessione relativa alla gestione della propria libertà sessuale, politica, creativa e affettiva, e per il rispetto di quella altrui. 

“A svegliarla fu Fabiola, che ansimava nel letto accanto al suo: si stava sicuramente scopando qualche buzzurro rimorchiato per strada la sera prima. Avrebbe anche potuto godere in silenzio. Ma non le bastava provare piacere, doveva esagerare e fornicare per il pubblico, come una bambina diligente che reclama a gran voce il suo diploma di buona condotta.” Corre l’anno 2084, esattamente un secolo dopo il 1984 di George Orwell. Il Grande Fratello e la sua dittatura totalitaria si sono trasformati in un regime pornocratico controllato dall’orgasmografo, un contatore di orgasmi che ne prescrive la dose mensile ai cittadini. Il sesso è meccanizzato e l’uomo disumanizzato, secondo le categorie utilizzate da Karl Marx per definire la vita in fabbrica e il lavoro nell’era industriale. In tale contesto la sessualità non è frutto di una scelta deliberata che nasce dal desiderio, ma, piuttosto, deriva da un’imposizione esterna e spesso è una forma di potere che conduce allo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Laura, sorella di Fabiola, è una diciannovenne vergine che desidera rimanere tale finché lo vorrà. Rappresenta un femminile che tenta di resistere all’omologazione dei costumi e non vuole avallare la degradazione etica della società in cui vive. Perseguitata perché ribelle e innamoratasi di Francisco, scoprirà a sue spese che, sia l’anima scorta negli occhi del ragazzo che le lotte per “ristabilire il carattere sacro dell’amore carnale”, sono chimere destinate al fallimento. 

Meno fantascientifico di quanto potrebbe sembrare, il racconto mette in evidenza che, nella sbandierata libertà sessuale contemporanea, si può nascondere una forma di controllo sul corpo individuale, sospinto fino ad una dissociazione tra la sfera affettiva e quella corporea. La manipolazione dell’intimità dei cittadini, secondo l’autore, avrebbe il fine di sedare tutte le energie potenzialmente contestatrici e destabilizzanti, convogliandole verso il raggiungimento del piacere fisico e distogliendo così l’attenzione del singolo dalle vicende politiche. In un’iperbole severa e dissacratoria, coerente al tono apocalittico adottato, Enrique Serna punta il dito contro l’insorgenza di regimi totalitari travestiti da finte democrazie che deriverebbero da un clima promiscuo generalizzato intento a mercificare corpi e anime, riguardante sia governati che governanti: “Non è vero che il sistema totalitario vuole la nostra felicità: quello che vogliono e hanno ottenuto per molti anni è tenerci sottomessi, abbrutiti, mansueti, per continuare a saccheggiare impunemente le ricchezze della nazione. Obbligare le coppie a rispettare una quota di orgasmi è una flagrante violazione dei diritti umani.” 

Lo stesso humour nero – meno esilarante e più cinico rispetto al primo racconto – ritorna anche nei sei successivi, seppur con una densità variabile. L’aspirante scrittrice Amélie fa il suo ingresso per impartire la lezione relativa alla scrittura. Impegnata nella stesura di Alto Vuoto, cerca di dare voce alla desolazione della condizione umana e alle sensazioni angosciose di una donna rispetto al vuoto d’amore. Riflettendo sugli uomini dice a se stessa: “Il problema era la loro vigliaccheria, la mancanza di carattere nell’affrontare le sfide della vita di coppia. Volubili, egoisti, nemici di qualsiasi progetto, come se programmare il futuro significasse cominciare a morire, tutti desideravano una libertà senza restrizioni per prolungare eternamente l’adolescenza e impallidivano terrorizzati non appena si parlava di figli.” 

Con lodevole impegno nel descrivere uno stato di cose che non lo riguarda e al quale potrebbe anteporre argomenti più trendy – e, sopratutto, laddove le donne tacciono – lo scrittore messicano narra della fatica di Amélie nel difendere la propria scrittura dal pericolo di calpestarla, facendosi trascinare da insidiose presenze esterne: falsi mentori, cattivi maestri, consiglieri con i paraocchi. Emerge quindi con prepotenza il tema della solitudine a cui spesso è condannata colei che si cimenti nell’attività di scrittrice, menzionando anche la mole di violenza e di spedizioni punitive alle quali conduce una simile scelta, provenienti da chi non è in grado di rispettare il lavoro intellettuale altrui. Innamorata di Sangoulé in un immaginario Paese dell’Africa, Amélie con lui comprende che “fino a quel momento non aveva avuto veri amanti, ma solamente attori narcisisti, marionette con gli istinti infiacchiti dalle nevrosi”. Per non rinunciare all’amore, diventa un simulacro di scrittrice collusa al regime africano, la cui opera si trasforma in un romanzo edificante sostenuto dal potere. Attraverso un’amarissima riflessione sul ruolo dello scrittore nell’epoca attuale, Enrique Serna parla di smacchi plateali rievocando la caduta (abiezione) e la spinta a risollevarsi (catarsi) tipiche della tragedia classica. E lo fa raccontando di individui che diventano sempre meno umani e sempre più simili ad androidi umanoidi.  

La riflessione dell’autore in merito alla scrittura però non si ferma lì, ripresentandosi puntuale in molteplici forme, anche attraverso alcune sperimentazioni linguistiche quali il flusso di coscienza, il punto di vista di un defunto che parla ad un vivo, una biografia d’invenzione. In varie occasioni, poi, Serna cita gli autori che predilige – Bataille, Michon, Vian, Deleuze, Houellebecq – distanziandosi malgrado ciò dal loro linguaggio e trattenendone un distillato riproposto in modo personale. Inoltre lo scrittore esprime il desiderio di esaltare gli aspetti vitali e sensuali dell’esistenza tramite le parole scelte, con un modo di scrivere rigoglioso, quasi a voler attivare una comunicazione tra le immagini proposte e l’immaginazione del lettore. Secondo le intenzioni dell’autore, infatti, la scrittura – e con lei qualsiasi altro mezzo espressivo -, deve salvarsi dal rischio di ciò che lui altrove chiama “onanismo”, ovvero la schiavitù alle leggi della retorica e dell’estetica (e a quelle massmediatiche: “L’assedio disinformativo funzionava alla perfezione”) per fini puramente autoreferenziali. Lo scrittore si rivolge più che altro a coloro che, mentre ostentano un interesse compulsivo verso il “mondo”, continuano invece, in modo narcisistico e ossessivo, a parlare di se stessi. A causa di una prigionia che non riconoscono come tale poiché struttura inscindibile dalla propria personalità, che spesso li rende vincenti nella professione ma infelici nel privato. Dove, il vuoto interiore ed esistenziale, dilaga in misura esponenziale contaminando persone e ambienti circostanti. 

“Quando il cinismo smette di essere una risorsa difensiva per diventare uno stile di vita, com’era accaduto nel mio caso, il suo potere d’infezione corrode i sentimenti più puri.” In effetti, numerosi cinici riempiono le pagine di Enrique Serna che, mostrando di possedere una forza ammirevole, non si scaglia contro un qualsiasi uomo “x” brutto, sporco e cattivo, oppure verso il mostro conclamato sul quale proiettare le proprie ombre. Ma, al contrario, l’autore va contro se stesso, raccontando quelle che, in certi frangenti e senza eccessivi sforzi di fantasia, appaiono come sue nefandezze perpetrate nei confronti di chi lo ha amato, trasfigurate ora nella narrazione. I suoi personaggi raramente picchiano o tradiscono: sono, tuttavia, workalcoholic. Usano la professione per sublimare angosce menomanti la loro vita privata, costringendosi a sforzi abnormi per dissimulare le fobie di cui sono preda, costantemente impegnati a predicare la loro purezza e bontà, mentre omettono il macigno di violenza psicologica – assenze umilianti, silenzi insultanti e ferocie verbali -, che esercitano su chi vorrebbe star loro vicino. 

Se l’angoscia di una donna può risiedere nell’eventualità del vuoto affettivo, sia in condizione da single che in coppia, quella maschile riguarda la possibilità di vivere la vicinanza con l’essere amato (o presunto tale). Per approfondire questo aspetto, lo scrittore narra frequentemente di artisti o creativi – per la maggior parte uomini ma con eccezioni di donne che li imitano. Individui che apprezzano solo ciò che riverberi  l’immagine costruita per se stessi, veri e propri “falliti sentimentali” pretenziosi ed arroganti, addolorati solo quando mogli e compagne si stancano di aspettare invano attenzioni e presenze che stentano ad arrivare, abbandonati da pseudo madri comprensive (“l’istinto materno di Socororo era stato più forte del suo malumore”) non più inclini ad accettare qualsiasi angheria, indisposti verso rapporti paritari e perseveranti nella ricerca di discenti con cui flirtare e porsi in veste di docenti (“duttile come un blocco d’argilla, assorbente come una spugna, Antonia mi ammirava e voleva continuare a imparare da me”), non hanno mai niente da imparare (scrivono libri ma non ne leggono) e sovente vengono lasciati da donne che preferiscono la totale solitudine. Oppure, in cuor loro, ambiscono a uomini meno virtuosi ma, decisamente, molto più umani.

*********************************************************************** 

2 Comments

  1. carmelo said,

    December 1, 2010 at 9:32 pm

    bellissima recensione di un bellissimo libro!
    carmelo

    • pamelablog said,

      December 2, 2010 at 8:41 pm

      Ciao Carmelo,
      anche a me Enrique Serna ha fatto una bella impressione e i suoi racconti mi hanno molto colpito! Probabilmente nella recensione ho trasmesso i miei sentimenti di condivisione al suo pensiero e al modo efficace in cui lo esprime, sopratutto quando, nella sua rabbia e nei suoi furori, vedo l’esatta riproduzione dei miei. Grazie per la sottoscrizione al mio blog: non scrivo spesso ma forse tra i miei post troverai qualcosa di tuo gradimento.
      Ciao, Pamela


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: