Shobhaa Dé – saggio/ recensione

Shobhaa Dé, Ossessione, TEA, 2008, pag. 261, Euro 10,00

La legge non si preoccupa delle vittime. Le vittime sono morte. O si sbagliano. Oppure stanno cercando di rovinare una brava persona per motivi personali. Lo stesso avviene con lo stupro: sono sempre le vittime che devono provare la loro innocenza. Stephen Vizinczey 

Una donna non sa che sarà la protagonista di una storia dell’orrore finché non lo diventa. Naomi Wolf 

“L’espressione di ribrezzo e odio che le apparve negli occhi è qualcosa che mi perseguita ancora oggi. (…) Non sapevo che cosa si aspettava che dicessi, così corsi ad abbracciarla. Lei mi respinse con ferocia. ‘Vattene, creatura immonda’, disse. ‘L’ho sempre saputo che eri una pervertita. Tu e tuo padre’.” Questo il resoconto di come la madre di Minx reagisce dopo aver appreso dello stupro perpetrato dal marito ai danni della figlia, una delle protagoniste principali del romanzo di Shobhaa Dé. L’intero libro non è altro se non il racconto delle numerose violenze, torture, sevizie fisiche e psicologiche messe in atto da Minx (incarnante, schematicamente, l’eroina cattiva) ai danni di Amrita (l’eroina buona) e verso chiunque si frapponga tra loro cercando di porre fine alla relazione morbosa che le lega. Per la scabrosità dei temi trattati, Ossessione richiede un certo sforzo interpretativo sul piano simbolico, al fine di oltrepassare la lettura più immediata e semplicistica che vorrebbe le vittime di abusi inevitabilmente dedite a crimini equiparabili a quelli subiti. Una volta superato l’impatto shockante, lo si può considerare un’analisi spietata della disperazione affettiva di Minx e un durissimo rito di iniziazione sentimentale impartito ad Amrita. 

Femminile e prosperosa nella struttura fisica, Minx ha un viso orrendamente deturpato dalla sofferenza psichica e ostenta modi sgraziati e mascolini: è la personificazione della bruttezza morale dei suoi genitori e la proiezione concreta della disfunzionalità della propria famiglia. Agisce a sua volta la violenza assorbita – con ubbidienza acritica e inconsapevolezza masochistica, senza una ribellione costruttiva -, come una brava bambina che non voglia dare dispiaceri e confermi che effettivamente merita quel che ha subito. Mentre la negatività del padre è piuttosto evidente e viene presentata con pochi tratti autosufficienti, quella della madre è tutta da indagare e apre un varco di grande rilievo. Nella realtà, infatti, molte donne vittime di violenza incontrano figure che le somigliano. Madri, sorelle, nonne, amiche, psicologhe, psichiatre, assistenti sociali, avvocatesse, poliziotte, ginecologhe: ciascuna di loro può reagire in modo inappropriato davanti alla confessione di una violenza messa in atto da padri, fratelli, zii, nonni, amici, fidanzati, mariti, conoscenti. Ciascuna di loro può rinnovare ed esacerbare il danno altrui a causa di una scorretta elaborazione del proprio vissuto e di traumi inconsci che conducono a un’attribuzione di colpevolezza erronea e sbrigativa, violando nuovamente colei che sta chiedendo aiuto. Ciascuna di loro, rigettando il racconto di una donna abusata, contribuisce a difendere stupratori, molestatori, calunniatori, alimentandone sostanzialmente gli atti criminosi. 

Le ricorrenti inchieste che riempiono i mezzi di comunicazione evidenziano che le donne vittime di violenza, nella maggioranza dei casi e in modo “inspiegabile e misterioso”, non denunciano l’accaduto alle autorità competenti. Abbracciando l’argomento con passione e forza persuasiva, a Shobhaa Dé preme che anche gli spiriti più intorpiditi siano scossi da una narrazione volutamente agghiacciante e raccapricciante, che spinge ad alcune pause rigeneranti fra l’atrocità e l’efferatezza di una scena e l’altra; allo stesso tempo illustra le dinamiche a causa delle quali molte donne denunciano vicissitudini drammatiche senza ricevere adeguato ascolto da parte di parenti, amicizie e figure professionali interpellate e appartenenti ad ambo i sessi. Tutto il romanzo esplora le conseguenze fatali di quella mancanza di attenzione. 

Amrita è una bella ragazza proveniente da una zona rurale indiana che desidera intraprendere la professione di modella trasferendosi a Bombay. Mentre percorre la strada verso il successo che presto le arriderà, la donna viene a contatto con la corruzione del mondo gravitante attorno a lei. In particolare Shobhaa Dé si riferisce agli ambienti dello spettacolo, del giornalismo e della moda, attingendo forse alla sua esperienza di modella e giornalista, attiva fin dalla giovinezza in parallelo agli studi in psicologia. Il romanzo è quindi assimilabile a una sorta di riesumazione del suo interesse per la psiche umana, sopratutto in presenza di individui dai risvolti torbidi che, a causa del loro egoismo ed per inettitudine nella gestione dei rapporti interpersonali, spingono Amrita in modo inconsapevole e ineluttabile nel vortice risucchiante della follia di Minx. Personaggi che rappresentano il prototipo della categoria professionale a cui fanno riferimento, tramite una tipizzazione di caratteri peculiari concretamente verificabili. 

“Ecco un uomo che aveva occhi soltanto per se stesso. (…) … un pallone gonfiato di narcisismo la cui conversazione non andava mai al di là del suo prossimo incarico e degli ultimi vestiti acquistati”: è la descrizione di Rover, attore, modello e gigolò, soprannominato la Canaglia dal suo entourage. Amrita se ne invaghisce subendo brutalità in un momento di abbandono fisico. Si vocifera che l’uomo sia bisessuale e pertanto, secondo un pregiudizio radicato, odierebbe le donne trattandole come farebbe una bestia. Poi entra in scena Karan, fotografo che si pone come mentore ma è sempre a caccia di marchette. Tallona prepotentemente la modella, scopre di essere mosso addirittura da sentimenti autentici e vorrebbe persino sposarla, però, vittima della propria degradazione morale, conferma viltà e latitanza nei momenti più tragici del racconto. “Non sono tutte come te, Amrita. Di questi tempi è diventato un mondo sporco. Le nuove ragazze sono pronte a fare qualunque cosa: svendersi, usare sotterfugi, infilarsi nei letti che contano”, le fa notare la collega Sheila riflettendo su Karan, prima che nell’ambiente della moda l’amica diventi un modello di integrità per le altre ragazze. Tuttavia, diversamente da quel che spesso accade nella realtà, Karan continua a promuovere Amrita dal punto di vista lavorativo malgrado l’insuccesso delle sue avances. Infine, arriva Partha. Colto e affascinante ex inviato all’estero per un importante giornale e attualmente editore giornalistico, è un uomo sposato che per sua ammissione non ama più la moglie, ma cerca conferme della propria virilità ostentando galanterie con giovani donne dalle quali pretenderebbe un automatico tributo. Con Amrita fallisce tanto quanto gli altri uomini, con i quali condivide sopratutto la tendenza ad agire impunemente ai confini del reato o all’interno di esso. 

Nel frattempo Minx si autoproclama “amica” di Amrita: protettrice assoluta, giustiziera vendicatrice di soprusi, angelo nero che semina terrore tra rei ignari o sguazzanti nella colpa. Mentre la giovane donna rappresenta una femminilità non corrotta dalle brutture della vita né dalle lusinghe dei potenti, per Minx, ad ogni ingiustizia diretta verso ciò che le sta a cuore, si rinnova lo strazio infertole dai genitori. Rover e Partha subiscono da lei, rispettivamente, un assalto fisico e un attentato che sfocia in incidente stradale. Karan invece viene punito colpendo Lola, modella in competizione con Amrita che accetta il ricatto implicito del fotografo seducendolo e monopolizzando la scena. Minx la sfregia con l’acido e le procura gravi mutilazioni stroncandole la carriera. Tutt’altro che apologeta della violenza, Shobhaa Dé porta avanti un discorso metaforico con indefessa determinazione e sporcandosi le mani. Cerca di mostrare la corrispondenza tra la parabola di crimini di Minx e il riemergere di una modalità di giustizia primordiale deprecabile, basata sull’occhio per occhio, dente per dente, sempre in agguato presso menti malate deprivate di ogni freno inibitorio e laddove la giustizia ufficiale non tuteli le vittime tacendo o indulgendo in facili assoluzioni. 

Minx attira Amrita in una gabbia dorata con il potere legante di shock progressivi e attraverso confessioni sconvolgenti circa il proprio passato. Schiavizzata e sottoposta a trattamenti ambivalenti, la ragazza sperimenta le ferocie causate dalla misoginia di Minx, e al contempo gode di dedizioni e cure durante le quali riceve molti regali e vive esperienze di varia natura (anche sessuali), su cui dopo riflette paradossalmente anche in termini positivi, individuando così una propria concezione amorosa chiara, riuscendo poi a proporla all’uomo che sposerà. Minx afferma di non essere lesbica ed è credibile perché, odiando la propria femminilità devastata e vivendo un affetto distorto per la modella, vuole “semplicemente” mostrare di essere migliore degli uomini in circolazione. In vista del suo obiettivo, si sottopone a mastoplastica riduttiva per “tagliare via” le forme prorompenti e progetta di cambiare sesso. 

“Vuoi sapere che cosa penso del tuo folle piano? (…) Potrai anche trovare un ciarlatano che ti appiccichi un pene di plastica, ma servirà a mettermi incinta? Riuscirai a fecondarmi con un bambino?”, replica Amrita in uno dei rari momenti di lucidità, in cui riemerge il suo desiderio di legarsi ad un uomo dotato di fertilità fisica e spirituale. Un occhio occidentale reputa inverosimile e assurdo che i crimini di Minx rimangano impuniti e non sconvolgano granché gli altri personaggi, ma la narrazione è costruita sulla falsariga dei film indiani per i quali Rakesh, che sposa Amrita, costituisce l’eroe positivo per eccellenza: reclutato tramite un accordo combinato tra famiglie, combatte Minx con coraggio dopo esserne stato imprigionato, si rivela generoso e sensibile, libera la consorte dal suo passato e le dà un figlio. In questo senso Shobhaa Dé non è affatto progressista perché delinea un’idea di felicità che consisterebbe nell’adesione agli schemi prestabiliti dalla tradizione indiana, ma è comunque rilevante che alla fine Amrita riesca ad apprezzare pienamente le qualità di Rakesh anche grazie al doloroso percorso iniziatico che la conduce fin lì.

Pamela Pioli 2010

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