Fernando Pessoa

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, 1998, pagina 234

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La lettura dei giornali, sempre penosa dal punto di vista estetico, spesso lo è anche da quello morale, perfino per uno che abbia scarsi scrupoli morali.

Le guerre e le rivoluzioni (ce n’è sempre qualcuna in corso) a forza di leggerne le manifestazioni, non ci provocano più orrore, ma tedio. Non è la crudeltà di tutti quei morti e feriti, il sacrificio di tutti coloro che muoiono in combattimento o vengono uccisi senza combattimento che sono intollerabili; è la stupidità che sacrifica vita e beni a un fine assolutamente inutile. Gli ideali e le ambizioni sono un’allucinazione di comari maschi. Non c’è impero che meriti che per esso venga rotta la bambola di un bambino. Non c’è ideale che meriti il sacrificio di un trenino di latta. Quale impero è utile e quale ideale è proficuo? Tutto dipende dall’umanità, e l’umanità è sempre la stessa: mutabile ma non migliorabile, oscillante ma non progressiva. Di fronte al corso sordo delle cose, alla vita che abbiamo ricevuto senza sapere come e che perderemo senza sapere quando; di fronte al gioco dei diecimila scacchi della vita in comune e delle sue lotte, di fronte al tedio di osservare inutilmente ciò che non si realizza mai […] che altro può fare il saggio se non chiedere il riposo, e non avere l’obbligo di pensare  alla vita, visto che è sufficiente dover vivere, basta un posto al sole e all’aria e l’illusione che ci sia la pace di là dai monti.

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