Gianni Perrelli – saggio/ recensione

Gianni Perrelli, Non avrai altro dio, Baldini Castoldi Dalai, 2009, pag. 170, Euro 16,00

– Ama l’adrenalina della guerra?

– No, non bevo, non fumo e non amo l’adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. E’ orrenda. Anna Politkovskaja 

L’Africa, per quanto povera, resta pur sempre un mondo normale. Ci sono alcuni punti tragici dove accadono cose spaventose e sulle quali i media si concentrano, creando un’immagine distorta dell’intero continente. Il mio album è una polemica contro lo stile deformante dei media. Ryszard Kapuscinski 

Coloro che non lavorano per raggiungere la metamorfosi di se stessi vivono come porci e muoiono come cani. Georges Ivanovic Gurdjieff 

“Non avrò nulla da dire” è la frase-chiave da tenere ben presente durante la disamina di Non avrai altro dio, un avvincente giallo psico-giornalistico nei suoi intrighi di spie, tradimenti e colpi di scena nati dalla penna del giornalista Gianni Perrelli. All’apparenza si narra la storia di John Murray, medico italo-americano che nel 2005 decide di trasferirsi per un certo periodo a lavorare negli ospedali di Baghdad nell’intento di tamponare il dolore per la morte di Judith, sua promessa sposa morta nel rogo delle Torri Gemelle. Infatuatosi di Isabelle, “inviata da un giornale parigino di sinistra”, viene sequestrato da un commando mentre è in strada durante il coprifuoco, dopo aver accettato l’invito di lei a raggiungerla nel suo albergo vicino al noto Palestine. Il racconto monitora nove giorni di prigionia dai quali il protagonista spera chiaramente di uscire vivo, ma sopratutto rinnovato in una consapevolezza di sé che dovrebbe prendere forma attraverso uno scavo psicologico ed esistenziale, che si distingue come l’aspetto del romanzo di maggiore spessore dal punto di vista letterario. 

Per il resto, infatti, le pagine hanno un’impronta fortemente giornalistica quando si concentrano su lunghe descrizioni della vita quotidiana a Baghdad che, per quanto istruttive, non sono dissimili dai molti reportage raffiguranti terrore, morti, feriti, prostituzione e kamikaze. Inoltre, i vari interrogatori con i carcerieri somigliano a interviste relative a questioni di carattere religioso e politologico (lo scontro di civiltà, la deragliante fase di transizione dell’Iraq post-Saddam, lo spionaggio della Cia, riferimenti al conflitto libanese), che a John ricordano tanto le furiose discussioni con le donne della sua vita. A maggior ragione quando la percezione della Morte diventa un espediente drammatico più potente di qualsiasi rabbia femminile e conduce a introspezioni che vorrebbero essere liberatorie. 

Tra le mura inospitali delle varie prigioni in cui viene rinchiuso, il medico si descrive testualmente e con opprimente ripetitività come rampollo viziato della buona borghesia newyorchese, privilegiato, figlio di papà, incolore, indolente, egoista, freddo, razionale, qualunquista. La ciotola con la quale è costretto a nutrirsi è una condizione radicalmente opposta alla “pappa scodellata” della sua vita esente da difficoltà, e ne apprezza quasi la durezza in quanto viatico per fare i conti con il suo passato. Tentando di placare la paura e il subbuglio angosciante, la sua mente lascia riemergere i fantasmi di amori conflittuali che gli provocano rimorsi e rimpianti non procrastinabili poiché, da loro, è messo con le spalle al muro in un confronto dal quale non può ulteriormente esimersi. Il tono narrativo stanco e privo di emozioni mette in risalto il progressivo senso di soffocamento derivante dall’avvilupparsi di pensieri intorno a ricordi dolorosi e strazianti. In un dialogo tra due parti di sé – quella cinica preesistente e il se stesso umano che violentemente desidera emergere -, John pensa di meritare sia la ciotola che i maceranti sensi di colpa. Solo ora infatti il medico constata ciò che deteriora i suoi rapporti sentimentali come un tratto costante e pervasivo: una costitutiva immaturità affettiva. 

Giovanna, la combattiva nella Milano della sua gioventù: “una pasionaria di origini proletarie. (…) Fuori dall’alcova i miei anticorpi tenacemente borghesi reagirono. (…) Dialetticamente mi stracciava. Nel faccia a faccia di commiato mi avrebbe polverizzato”. Judith, l’ebrea a New York: donna mite dotata di infinita pazienza con la quale, se non ci fosse stato l’11 settembre, si sarebbe sposato e avrebbe acconsentito ad avere un figlio. “Devi vivere anche per me” gli dice lei mentre sta per morire su una delle due Torri, “devi fare (…) i figli che avrei voluto avere io da te e su cui tu giocavi sempre a rimandare”. Isabelle, la francese a Baghdad – che per Gianni Perrelli è un esempio di giornalismo sano nella compresenza di passione e lucidità – dalla quale provengono le parole che forse proprio l’autore fatica ad articolare: “mi sembrò un giornalista in buona fede. Merce rara, mi avrebbe spiegato mesi più tardi Isabelle”. Fonte di una “fisicità animalescamente esaltata”, John le nega però un rapporto più profondo e lei, capendo l’antifona e per proteggersi dal tergiversare di lui, lo lascia mediante una lettera senza  neppure incontrarlo e disinteressata a sapere se sia vivo o morto: “però ce lo siamo sempre detti. Fuori da Baghdad non funzionerebbe”. 

Oltrepassando la lettura più ovvia del romanzo, si scorge in realtà una sofferta demistificazione del giornalismo, con particolare riguardo a quello di guerra. Dietro l’esile capello romanzesco costituito da John Murray, non è difficile scorgere l’identikit di alcuni professionisti impegnati sul versante dei conflitti armati: giornalisti di carta stampata o televisivi, fotogiornalisti. In genere, infatti, si ha la tendenza a idealizzarli tramite l’immagine deformata e fuorviante che costruiscono per loro stessi, e si prova rispetto per gli oggettivi rischi e i tanti sacrifici che le loro imprese comportano. Nonostante ciò, anche attraverso la lettura in filigrana di libri come Non avrai altro dio, alcuni tabù vengono infranti e si entra in contatto con scenari inquietanti ben diversi da quelli supposti, in cui certi presunti eroi sono smontati pezzo per pezzo e ricondotti ad una nuda umanità che li mostra simili a tanti altri esseri umani se non addirittura peggiori di loro. Non uomini veri, eroi senza macchia né paura, duri e puri missionari dell’informazione che mostrerebbero alla società opulenta e patinata ciò che essa non vorrebbe vedere – secondo una millantata accezione irreale della propria identità. Ma, in alcuni casi, individui esaltati, aridi e superficiali che hanno un bisogno assoluto della guerra per sentirsi vivi e per provare le forti emozioni che li terrorizzano in condizioni normali, a causa di una loro endemica e paralizzante fobia verso la vita: “Do il meglio di me quando sto per affogare. E’ solo in questi frangenti estremi che riesco a scrollarmi di dosso l’indolenza cronica che mi trascino fin da bambino.” Alla stregua di bocche perennemente sdentate, se alcuni di loro non avessero dentiere a cui affiggere il nome di Iraq, Palestina, Libano, ecc., stenterebbero a parlare e non saprebbero come attribuire un valore alla propria esistenza: “nel salvare tanti sconosciuti da morte sicura ho nutrito il mio ego e mi sono liberato dei complessi di colpa”. 

Poco dopo, ecco finalmente l’affondo definitivo che si aspetta da molte pagine: “vivevo alla giornata. Del mio mestiere. Cercando di annullare il mio dolore alle radici del dolore degli altri. Ero un vampiro che si saziava solo di fronte a tragedie immani”. La guerra diventa così il luogo in cui fare sciacallaggio della sofferenza altrui per soddisfare bisogni personali e alimentare il proprio fabbisogno quotidiano di esaltazione: “un giro per Baghdad era una ventata di adrenalina pura”. Comportamento tanto più grave quando coloro che lo adottano si professano “di sinistra” e non spavaldi guerrafondai dall’indole agguerrita e militaresca. Individui in possesso di un certa quota di potere che creano distorsioni nel mondo informativo, spostando continuamente il punto di osservazione verso mondi lontani che, pur essendo del tutto degni di interesse e in situazioni critiche, subiscono enormi manipolazioni che sottraggono energie e capacità di analisi alle vicende della madrepatria, contribuendo così, in parte, a deteriorarne l’assetto sociopolitico.   

Gli stralci appena citati si distinguono in effetti come punti nei quali Gianni Perrelli prende il discorso frontalmente, mostrandosi più scrittore che giornalista e superando la modalità tangente con la quale di norma affronta la questione. In particolare quando sembra percepire l’imminente tradimento di una fedeltà corporativa che gli impedirebbe di esprimere ciò scrive. Dato che questo, leggendo tra le righe, potrebbe trasformarlo davvero in una sorta di “spia” che vuota il sacco raccontando caratteristiche e comportamenti riscontrati in colleghi (o anche in se stesso?) che, a volte, possono essergli sembrati patologici, senza però essere riuscito a profferire parola a riguardo. In tal senso il romanzo può essere letto come uno sforzo che l’autore cerca faticosamente di compiere in vista di un ripensamento etico lucido, sopratutto per chi non sia disposto a riflettere criticamente su alcune derive nelle quali la propria professione talvolta incorre. 

L’ascesa di un fenomeno quale War Pornfilmati circolanti in Internet che mostrano uccisioni di combattenti e civili – è un’estremizzazione dell’argomento e fornisce molta più chiarezza di mille saggi relativi al rapporto tra Eros e Thanatos, e addirittura degli stessi snuff movies: per qualcuno la guerra può essere una faccenda pornografica tremendamente eccitante e irrinunciabile, e chi la frequenta con assiduità potrebbe cercarvi un potentissimo afrodisiaco con il quale ovviare alla propria impotenza affettiva e stimolare neurotrasmettitori che tendono alla necrosi: “Certe scintille emotive nascono anche dalle situazioni. In Libano (…), durante la guerra civile, divampavano incredibili storie di sesso. L’adrenalina e la paura dopavano l’eros. Era come se ogni scopata potesse essere l’ultima. Un rito (…) da consumarsi con totale frenesia”. È Isabelle a parlare, la voce che con fermezza sussurra verità dure. Baghdad, Beirut, Gaza, Sarajevo, ecc.: non solamente zone geografiche martoriate da guerre, ma luoghi dell’anima che preesistono a qualsiasi conflitto reale. Inferni interiori insediatisi in modo morboso, di cui alcuni individui non vogliono liberarsi.

Pamela Pioli 2010

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