Aldo Busi – saggio /recensione

Aldo Busi, Seminario sulla gioventù, Oscar Mondadori, 2004, pagg. 431, Euro 8,80

È più coraggioso, credo, strapparsi il lupo di dosso 

e combatterlo apertamente, magari per strada,

tra polvere e urla di dolore.

La lingua sarà forse un organo ribelle –

ma il silenzio avvelena l’anima.

Mi biasimi chi vuole – io sono contento. Edgar Lee Masters 

Ogni solitudine portata con coerenza sino alla fine sfocia in disperazione e abbandono – semplicemente perché non è possibile gettarsi al collo di se stessi. Hannah Arendt 

“Valere qualcosa nell’amore significava essere valenti nell’essere amati o amare bastava? Perché amare e essere amati era un’esagerazione”, borbotta Barbino nel Seminario sulla gioventù scritto da Aldo Busi. Dotato di una personalità complessa e grazie al suo baldanzoso anticlericalismo, l’autore invita a vagheggiare una coincidenza tra sé e una Trinità sui generis in cui lo scrittore sarebbe lo Spirito, il personaggio il Padre e l’uomo il Figlio. Uniti in un solo corpo fisico, si separano in compartimenti stagni quando diventano gli amanti – rispettivamente e a distanza dall’oggetto d’amore – di altrettanti corpi declinati al femminile, con i quali si cimentano in ideali corpo a corpo: la scrittura, la folla e la madre. Non corpi fisici ma entità spiritualizzate. Modi d’amare traslati con cui Aldo Busi forse esorcizza il timore di incorrere in quell’esagerazione, esasperando fino al parossismo la sua “arringa gratuita, e dunque educatrice, alle folle”, durante la quale semina dubbi e scatena reazioni contrastanti non sempre in modo propriamente cosciente. Un genio. Un mentecatto. Il sano tra matti. Un pazzo furioso. Un grande talento. Un protetto di quel piduista di Costanzo. L’unico che le dica sode a Berlusconi. Una checca di regime: la sua opera omnia presso Mondadori. Raffinato. Cafone. Serissimo. Buffone. Continua il discorso di Pasolini. Con Pasolini condivide solo una cosa. Adorabile. Pedofilo. Un totem. L’Innominabile. Sottovalutato. Sopravvalutato. Sempre in forma. Affetto da demenza senile… L’elenco potrebbe continuare per molto, e qui non si cerca di stabilire la veridicità o meno delle varie opzioni, ma, in base a Seminario sulla gioventù, si abbozza un ritratto arbitrario dell’Aldo Busi uomo, l’elemento che nell’ipotetico trittico vive “la crudeltà di colui al quale non è concesso di trasformare in amore il suo amore”. 

Romanzo di esordio la cui stesura lo impegna dall’adolescenza fino ai trentasei anni – momento della pubblicazione -, il Seminario è oggetto di revisioni successive che terminano pochi anni fa. Particolarmente rappresentativo perché attraversa un quarantennio di vita, per molti lettori è una sorta di parametro di riferimento. La storia narrata è semplice e riassumibile in un percorso di autoformazione umana e letteraria. L’infanzia del protagonista Barbino, immerso nella realtà campestre della natia Montichiari e nei conflitti con la famiglia (in particolare con il padre, “il bellissimo e rabbioso Marcello rancoroso di guerra” e picchiatore a sangue) e la trasformazione in uomo in una Parigi densa di incontri sentimentali e amicali, disparati lavori e studi da autodidatta, vissuti con innocenza e ottimismo simili al Candide di Voltaire. Il trapasso dal bambino all’adulto è segnalato anche dall’adozione di un punto di vista che, partendo dal narratore onnisciente, presto racconta le vicende in prima persona. Dopo un flusso di coscienza relativo al padre – indicante il trauma – in Barbino scaturisce il desiderio di allontanamento e di scoprire un mondo altro, con l’intenzione di trasformarsi da oggetto di narrazione a soggetto attivo che si forgia grazie alle proprie ricchezze interiori. Contraddistinto da una scrittura acrobatica, Seminario sulla gioventù testimonia la dedizione dello scrittore al raggiungimento di altitudini narrative (che gli valgono il riconoscimento di una certa statura letteraria) mentre distilla sentimenti universali e condensa riflessioni filosofiche, comprensive talvolta di passaggi criptici e termini arcaici. Il romanzo, ispirandosi forse ad alcune opere michelangiolesche, è volutamente incompiuto. Nella forma troncata (il finale è svelato leggendo Nudo di madre) e sperimentale (fluttuazioni tra temi e linguaggi alti e bassi, l’inserimento della forma diaristica per puntualizzare gli intenti creativi), e nei contenuti di carattere esistenziale: “la mia coscienza è carica di delitti non commessi, di odi non sviluppati fino in fondo, vendette non assolte, amori non corrisposti”. Perché, come si cercherà di dimostrare, se c’è qualcuno da uccidere, odiare, su cui vendicarsi e al quale impedire d’amare, quello è principalmente Aldo Busi. 

Lo Scrittore è la sua persona dominante, che scrive con la maiuscola per distinguersi dagli altri scrittori. Qui identificato con lo Spirito – che in Seminario sulla gioventù fa sempre “spallucce” -, rivela un Busi molto più spirituale di quanto creda: come un devoto abbacinato dai doveri della propria vocazione (termine che odia), usa ironia e erotomania per stemperare la pesantezza di una scrittura vissuta in modo sacrale, totale, carcerario. Sacerdote che serve il dono ricevuto con devozione certosina, officia la Sacra Scrittura come un sacramento, imperlandola di gocce di sangue sacrificale composto da molti umori (olio di gomito, sudore e sangue della fronte, spremitura di meningi) e da ferite personali aperte, che concepisce quasi come stigmate sgorganti parole e confluenti nel “corpus della Letteratura tutta”, così come il prete beve e offre il sangue di Cristo ai suoi fedeli.

La seconda persona è il personaggio, identificabile con il Padre. Non inteso come Dio, ma combaciante con Marcello, colui per il quale c’è in serbo “la mia vendetta migliore, perché l’odio con lui è stato della migliore grana e lo è tuttora”. Vendetta suprema. Cioè, il perdono finale che vorrebbe accordargli nello stesso modo in cui, prima o poi, perdona tutti coloro che gli fanno del male. Tranne, purtroppo per lui, se stesso. Un padre interiorizzato, che torna in varie forme come corpo parassitario che fagocita lo Scrittore e ne distrugge le acquisizioni: rogo fantasmatico che brucia fogli come se uccidesse figli, lo spinge a litigare con traduttori che non sarebbero abbastanza scrittori, lo aizza a isolarsi dal mondo letterario facendo sparire i suoi libri dalle librerie, lo spinge a vivere l’anomala condizione di scrittore condannato all’oblio già in vita, noto ai più grazie alla sopravvivenza del personaggio e che, come un monaco creatore di figure sacre con la sabbia, disperde la propria opera. Un padre demone sabotatore che lo possiede durante accessi di violenza gratuita e cieca, in cui Aldo Busi travolge persone che spesso hanno la sola “colpa” di non essere talentuose come lui. Inoltre, nei momenti in cui lo scrittore spera che la morte eterni la sua opera, Marcello ricompare chiedendo di essere perdonato in un “altrove” tra anime, per liberare così il figlio dallo spettrale rimorso di non averlo assolto in vita: “odio per loro, e, il più difficile da individuare e da estirpare tanto era oscuro, odio per sé”. 

L’uomo Aldo Busi, collettore di acredine, pensa di meritare l’isolamento dagli umani e da se stesso. Però, a volte, “soprattutto la sera, vorrei incontrare una persona per parlarle, per far circolare le emozioni, darmi aria, scoprire me stesso tramite lei, la mia sensibilità mai formulata se non pallidamente sulla carta o gridando contro per scacciare la paura e poi il male delle botte”. Pestaggi paterni ma anche attacchi inaspettati che riceve da chiunque lo colga impreparato, privo di mimetismo difensivo. Ma, sopratutto, scudisciate che Aldo Busi assesta all’uomo-sciuscià. “Fogli, non figli!”, è una delle sue invettive finché sussiste la voglia di scrivere. Il Sacerdote sprona l’uomo a forza di cilicio e harakiri, lo incita all’autoviolenza, allo stupro di sé, a essere suicidale (parole nevralgiche) in un omicidio costante per cogliere la sfida lanciata da Arthur Rimbaud (“Io è un altro”). Lo scrittore aliena se stesso a favore della “metà alienata dell’umanità”, immolandosi alla Letteratura per sentire l’Altro e vivere tramite lui le identità che non gli appartengono: “essere me e basta non mi basta”. Desideroso di abbracciare la ricchezza dell’esperienza umana amalgamandosi con essa, Aldo Busi vuole diventare un ossimoro poetico onnicomprensivo: “accogliere tutto, come cadere a corpo morto nella neve e nel fieno, diventare neve nella neve e fieno nel fieno”. Per raggiungere lo scopo, cancella l’uomo. 

“I mitomani popolari pensano che sei omosessuale perché ti piacciono gli uomini a dismisura, nessuno che sia sfiorato dal dubbio che lo sei perché occupano poco spazio” scrive in Sodomie in corpo 11. Mamma Busi è una donna “apodittica” in credito con la vita, forse l’unica capace di controbattere e divincolarsi dalle trappole dialettiche del figlio. Con bontà e generosità, Aldo Busi vuole risarcirle carenza d’amore e povertà materiale, ponendosi incestuosamente come sostituto del padre in quanto uomo più sensibile di quello sposato. In tutto questo daffare, lo Scrittore non ha forze né per se stesso né per una relazione, con uomo o donna che sia. Donne che sembrano non dispiacergli, ma prendono eccessivo spazio sottraendo energie alla scrittura e tenerezze alla madre, e che lui rispetta (o teme?) troppo per piegarle a soddisfare bisogni estemporanei in un modo fattibile tra uomini: “Marie (…) offre solo piacere puro, il sesso laido della femmina che forse gode e forse no (…). Il mostro, il meraviglioso che mi fa comodo da una parte e la donna umanamente infelice, ammalata, sola con se stessa, dall’altra”. 

Completamente padrone della lingua, Aldo Busi è incastrato in una trappola dialettica protettiva: sono nato in gabbia e in gabbia ho continuato a vivere. (…) Se per disgrazia si esce dalla gabbia e ci si perde, si muore molto prima: non tanto per mancanza di miglio ma per nostalgia dell’alloggio”. Coraggioso nel guardare le cose oltre lo specchio, è un’Alice che non sappia tornare indietro, intrappolata in un sortilegio. Creando ambiguità ed equivoci autolesionistici, li ribalta contro di sé scatenando lapidazioni e gogne. “Concentrandosi su un bersaglio detto nemico, il più grosso fallimento dell’intelligenza è quello di non essersi mai accorta che quel bersaglio, (…) siamo diventati noi, che la canna della pistola o le nocche del tuo indice si sono ripiegate contro il tuo stesso cuore”.

Pamela Pioli 2010

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