Henry David Thoreau – saggio/ recensione

Henry David Thoreau, Se tremi sull’orlo. Lettere a un cercatore di sé, Donzelli Editore, 2010, pagg. 181, Euro 16,00

Un artista, pena l’essere dimenticato, deve aver fiducia in se stesso e ascoltare solo la sua vera maestra: la Natura. Pierre-Auguste Renoir

Fa’ invece il tuo lavoro, e io saprò chi sei. Fa’ il tuo lavoro, e tu stesso ne sarai rafforzato. Ralph Waldo Emerson

“Sono lieto di sapere che qualche mia parola (…) vi ha raggiunto. Ciò mi rallegra, poiché ho dunque ragione di supporre di aver espresso ciò che interessa gli uomini, e che non sia invano che uomo parli a uomo. È questo il valore della letteratura.” Così Henry David Thoreau inizia la corrispondenza con Harrison G. O. Blake rispondendo alla sua sollecitazione di innalzarlo “a una vita più vera e più pura”, e affermando il ruolo dello scrittore e della sua attività a prescindere da un riscontro economico.

Saltuario manifatturiere di matite, ma prevalentemente agrimensore per mantenersi e pagare la stampa dei propri libri, Thoreau è riconducibile al trascendentalismo statunitense, anche se in realtà si discosta da gruppi, partiti politici o associazioni e, in particolare, dall’ambiente letterario creatosi attorno al Saturday Club di Boston. Il vivace circolo intellettuale è frequentato da menti attive quali Emerson, Lowell, Hawthorne, Holmes, Agassiz, Whittier e Longfellow. Alcuni di loro, nelle parole di Henry David Thoreau, “mi pestano di quando in quando, aspettandosi di fare di me una carne più tenera o tritata.” La refrattarietà ad ammorbidirsi e la determinazione a perseguire una durezza aspra sono i tratti distintivi del pensiero e delle scelte di vita di Thoreau e attraversano la corrispondenza con Blake, emergendo come lezioni sostanziali.

“È fuor di dubbio che, selvaggio e spensierato come sono, desidero praticare fedelmente lo yoga. (…) Sotto certi aspetti, e a rari intervalli, anch’io sono uno yogi”, scrive Thoreau commentando un testo indiano consultato in biblioteca. L’attività a cui l’autore fa riferimento non è però quella che assimila lo yoga ad uno stretching particolarmente rilassante. Al contrario, la figura dello yogi emerge nel suo senso più estremo, ovvero come colui che vive l’esistenza senza accettare compromessi e abbraccia condizioni psicologiche e mentali che lo avvicinano al fachiro, per il quale anche un materasso ortopedico può trasformarsi in un letto di chiodi o di spine, in vista di un percorso spirituale non distante da quello dello sciamano o di un Siddharta.

In accordo alla tradizione indiana, infatti, lo yogi concepito da Henry David Thoreau è colui che, tramite la sua azione silente e accompagnato da una Solitudine umanizzata, combatte l’entropia universale sottoponendosi a durissime scelte di vita, che però sono la manifestazione del suo intento di stare al centro di se stesso, avversando la tendenza a disperdersi e ad andare alla deriva verso la periferia di sé. Quanto più egli si avvicina al proprio centro, tanto più si allontana da tutto ciò che ritiene inessenziale (abitudini, amici, idee, parole). La vita, così concepita, è uno stato di concentrazione costante finalizzato alla messa a fuoco di se stessi, in una transizione psicologica dalla nebbia dell’inconsapevolezza alla maggiore nitidezza possibile. Il percorso indicato da Thoreau prevede che l’essere umano si opponga a una tendenza centrifuga latente per aspirare a una visione netta, tanto desiderabile quanto difficile da raggiungere. 

In questo senso l’autore americano si pone a cavallo tra la filosofia occidentale e quella orientale, non essendo né filosofo dal pensiero teoretico stringente, né mistico teso a cogliere l’impalpabile dietro ai fenomeni mondani, ma una figura borderline inattuale, sia tra i contemporanei che ai giorni nostri. “I mercanti e compagnia hanno a lungo deriso il trascendentalismo, le leggi più alte ecc., gridando ‘Non vogliamo sentire le vostre insensatezze’, come se loro fossero ancorati a qualcosa non solo di definito ma di sicuro e permanente”: è forse l’unico passaggio in cui Thoreau lascia emergere qualche escandescenza verso coloro che tacciano il suo pensiero di essere “all’acqua di rose”. Lo scarso riscontro nella sua epoca e il successo postumo tra personalità dal pensiero radicale (Tolstoj, Gandhi, Luther King, ecologisti) evidenziano che il punto di vista di Thoreau è per sua natura “fuori contesto” rispetto a numerosi stili di vita e tendenze filosofiche, poiché, allora come adesso, l’alta esigenza spirituale che lo contraddistingue è di difficile attuazione a causa degli sforzi che richiede.

L’autore americano, dal canto suo, ha invece posizioni piuttosto decise e senza sfumature intermedie. Il suo discorso diventa poi tassativo quando, esponendo a più riprese la propria avversione verso giornali e preti, trova in loro dei bersagli da cui distanziarsi con fermezza e grazie a cui riaffermare tenacemente la propria alterità. “Se le parole furono inventate per celare il pensiero, credo che i giornali siano una grande innovazione di una pessima invenzione. Non permettete che i giornali s’impossessino della vostra vita. (…) Anch’io ‘non ho mai trovato alcun appagamento nella vita che i giornali riportano’ – niente di maggior valore del centesimo che essi costano. (…) Non leggete i giornali.” E se è impossibile concepire una vita contemporanea vissuta in uno stato di completo isolamento dal mondo informativo, l’ennesima durezza dello scrittore deve essere letta come un incitamento a fruire dell’universo giornalistico con spirito critico. Ben sapendo che, dietro alle notizie, non c’è mai la verità assoluta e rivelata; ma, all’opposto, la presenza di esseri umani fallibili e mossi da passioni personali che influenzano l’andamento dei contenuti dell’informazione e, talvolta, riempiono i fatti riversandovi le proprie ossessioni e psicosi, fomentando panico e shock. E, se la materializzazione creativa dei propri demoni è legittima nell’arte, essa diventa un’operazione inammissibile nell’ambito giornalistico. Lo stesso ragionamento vale per la cosiddetta “controinformazione”, la quale, fregiandosi di una presunta superiorità rispetto a quella ufficiale, e in virtù del proprio Antagonismo al Sistema, ne segue in realtà le stesse leggi e spesso riafferma strepitando ciò di cui già si aveva conoscenza.

“Uomo straordinario è chi lavorerà un giorno intero in tutto l’anno per il sostentamento della sua anima. Persino i preti, cosiddetti uomini di Dio, confessano per la maggior parte di lavorare per il sostentamento del corpo.” Secondo la prospettiva di Henry David Thoreau, la spiritualità è un’azione intima e sacra che si esplica nel coltivare la propria anima in solitudine e in un luogo che consenta il contatto diretto e non mediato tra l’uomo e lo spirito. La Natura, pertanto, è il grande tempio offerto dal macrocosmo nel quale il pensiero e l’anima possano elevarsi in contemporanea lungo le altitudini delle montagne e scendere in profondità verso le vertigini degli abissi, al cui orlo si allude nel titolo del libro. “Non abbiate inutili discipline come la Chiesa Cattolica e altre; abbiatene solo di costruttive e feconde.” È quindi chiaro che, per le posizioni appena esposte, il pensiero di Thoreau sia ammantato di un certo alone di eresia, sia a suo tempo che oggi, perché discutere criticamente del mondo ecclesiastico e di quello giornalistico costituisce un tabù.

“L’amore è un critico severo. L’odio può perdonare più dell’amore. Chi aspira ad amare degnamente si sottopone alla più rigida delle prove”. Secondo una concezione altissima e severa, Thoreau ritiene che si approdi alla dolcezza di un amore che “rinvigorisce e fortifica”, solo dopo aver condotto un percorso di ricerca su di sé, alla scoperta di un’identità che travalica la propria persona manifesta e cosciente. Ciascuno, quindi, al fine di un incontro autentico con l’altro, non può esimersi dal fare i conti con se stesso, poiché certi aspetti irrisolti possono danneggiare la relazione e addirittura l’altra persona. E in effetti, farsi trascinare nell’abisso di qualcuno il cui orlo conduca ad una cloaca nauseabonda, può essere una grande disgrazia.

L’amore, attraverso un contatto profondo che non necessita di una conoscenza pregressa ma nasce dalla condivisione di un sentire comune, costituisce l’occasione di elevazione reciproca e di espansione vicendevole del proprio sé latente che, chiunque si abbandoni veramente al sentimento, può sperimentare: “Tirerei fuori la mia amica dal suo basso io e la porterei più in alto, infinitamente più in alto, e la conoscerei. Ma di norma le persone sono tanto spaventate dall’amore quanto dall’odio. Hanno impegni più bassi. Hanno scopi immediati da servire. Non hanno sufficiente immaginazione per occuparsi a tal punto di un essere umano, ma in verità hanno sempre qualche botte da riparare.”

Occuparsi di un altro essere umano non significa accudire l’altra persona, ma creare con lei un ambiente autentico nel quale offrirle anche una direzione in cui guardare ad uno specchio fedele e non ad uno distorto. L’amore, quindi, seguendo il discorso di Thoreau, è un incontro tra spiriti affini – e non tra menti affini – che già per conto proprio abbiano intrapreso un percorso raggiungendo un certo livello di trascendenza, sulla base della quale costruire una relazione d’amore che possa avere caratteri trascendentali. L’incontro d’amore diventa così la possibilità di vivere la propria identità più autentica, intima e vulnerabile senza timore di esporla o condividerla con l’altro, mettendosi a nudo in senso psicologico, emotivo e spirituale. L’esatto contrario dell’amore, nella prospettiva dello scrittore, è la lussuria. Essa viene condannata non tanto da un punto di vista morale ma, invece, in quanto incontro tra persone che non si svelano nel profondo e rimangono intimamente inaccessibili – camuffate, travestite, inconoscibili. La lussuria, quindi, sarebbe un ostacolo alla maggiore virtù dell’amore, ovvero la sua capacità di trasformare la vita e l’identità di chi lo stia vivendo. Inoltre, essa costituirebbe una profanazione del corpo, il tempio di cui disponiamo nel microcosmo che, nell’amore, ci permette di sperimentare l’incontro tra lo spirito e la materia. “Noi potremmo amare e tuttavia non elevarci l’un l’altro. L’amore che ci lascia come ci trova, ci degrada.” Ed è purtroppo vero che, coloro che non permettono all’amore di farsi elevare, sono dei degradati. Sclerotizzati, sono condannati ad una costante replica di loro stessi.

Pamela Pioli 2010

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